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Le mosche in allevamento: troppi fastidi per puntare alla produttività

L’incontrastata espansione della popolazione di mosche negli allevamenti zootecnici intensivi grava sui bilanci aziendali oltre ad essere una seria minaccia per il mantenimento della biosicurezza.

La costante presenza su varie porzioni anatomiche del corpo dei soggetti allevati o semplicemente nei loro pressi, accresce progressivamente lo stato di stress, che non può che accumularsi nel corso dei mesi più caldi dell’anno. L’animale contrappone tutte le strategie possibili nel tentativo di divincolarsi: agita la coda, alza ripetutamente le zampe, scalcia e scuote la testa cercando ogni forma di sollievo. Questi dispendi energetici sul piano fisico passano troppo spesso in secondo piano, purtuttavia meritevoli di attenzioni e calcoli approfonditi. Alla lunga infatti, si rilevano riduzioni nell’accrescimento, del periodo di decubito e nelle produzioni di latte, ma ancora troppo spesso, gli allevatori assoggettano tali defezioni solamente alle temperature estive e quindi allo “stress da caldo”. In circostanze bizzarre, l’allevatore intraprende una lotta diretta a questi malsani Ditteri, solo alla tracimazione della soglia di sopportazione personale.

Altro parametro sottovalutato, ma probabilmente annoverato fra i più rilevanti in termini di costi, fa riferimento all’abbassamento delle condizioni igieniche generali del complesso aziendale, in quanto le mosche sono riconosciute tra i più abili ed efficaci vettori meccanici di microrganismi patogeni, sia allo stadio di larva che adulto (Issa 2019). Mastiti, infiammazioni cutanee e delle mucose, sono solo frequenti esempi di danno fisico provocato dalle mosche.

I motivi per cui le mosche sono implicate nella biosicurezza dell’allevamento, sono ricercabili nella loro biologia, o meglio, alla frequentazione di rifiuti organici (Lapage, 1968) e materiale fecale, considerato matrice elettiva alla quale affidare il destino della propria prole. Tali aspetti stabiliscono fin da subito il destino di una quota riservata al controllo delle mosche infestanti, ovverosia alla gestione delle lettiere e dei reflui.

La strategia difensiva per l’allevatore: tra prevenzione e lotta

Gli entomologi non si stancheranno mai di ribadire come ciascuna azione intrapresa contro le mosche, se valutata singolarmente, risulti scevra di ogni potenzialità di successo e, a lungo termine, non fornisca alcun beneficio. Si uniscono al coro i veterinari e gli alimentaristi, consapevoli che il “problema mosche” gode di una ciclicità perpetua che ogni anno si manifesta prontamente, e le azioni tese, qualunque siano, non saranno mai soddisfacenti se non avranno un approccio programmatico.

Le misure intraprese dall’allevatore, sia dirette che indirette, dovranno innanzitutto mirare alla riduzione concreta della popolazione di mosche entro limiti sopportabili e supportabili, senza velleità di debellare completamente la popolazione infestante. È necessario essere consci delle incredibili potenzialità produttive e di adattamento del più florido ecosistema del mondo.

Andando al concreto, le misure basilari per il controllo delle mosche consistono, come sopra accennato, nella corretta gestione delle deiezioni, corroborata dalla pulizia generale del sito. Viceversa, le azioni dirette consistono nell’applicazione di insetticidi ad azione anti-larvale direttamente sulle deiezioni stanziali e nelle porzioni di lettiera non soggette a calpestio animale, o su ogni frazione organica semisolida soggetta a fermentazione che non viene asportata.

La lotta diretta prosegue con il controllo degli adulti superstiti attraverso l’applicazione razionale di moschicidi, per completarsi con sistemi asseribili alla gestione integrata degli infestanti e che inglobano metodi fisici, esche attrattive e altre tecniche di cattura ecologica. L’approccio integrato sta acquisendo sempre più consensi tra gli allevatori, non solo per la maggiore sensibilità ambientale, ma soprattutto per i risultati forniti. Da banali palliativi, l’insieme di queste tecniche si sta rilevando un efficace mezzo di contrasto delle mosche, con buone prospettive temporali di attività.

L’Azamethiphos: l’ultimo baluardo tra gli “adulticidi”

Negli anni, significative quantità di moschicidi rivolti alle forme adulte, o “adulticidi”, sono state applicate nei locali di stabulazione con lo scopo di arginare le orde di mosche.

L’uso ripetuto della stessa sostanza attiva, magari esponente dei neonicotinoidi, ha portato purtroppo a considerare fattori connessi allo sviluppo di resistenze da parte degli insetti, evidenziando lacune più o meno marcate nell’efficacia di taluni piani di gestione delle famigerate mosche.

Tali comportamenti hanno provocato la progressiva perdita di efficacia del moschicida, portando a variazioni pesanti nel loro impiego e rafforzando ulteriormente il dogma che prevede il loro impiego all’interno di un programma decisamente più ampio.

Nel 2020 la sostanza attiva moschicida Azamethiphos, appartenente alla famiglia degli organofosfati, figura tra le poche, se non l’unica, ancora utilizzabile in presenza di animali attraverso irrorazioni sulle superfici metalliche delle stalle per il controllo efficace degli stadi adulti.

Il legislatore europeo ha ridotto l’impiego di diversi moschicidi esclusivamente attraverso pennellature su appositi pennelli cromotropici, perdendo la possibilità dell’applicazione mediante i tradizionali nebulizzatori. Non è difficile immaginare il dispendio di manodopera per l’allevatore nel predisporre pannelli e affiggerli nei vari ambienti di stabulazione.

La molecola Azamethiphos agisce istantaneamente sul sistema nervoso senza esercitare alcun effetto irritante o repulsivo sull’insetto bersaglio. Questo permette un rapido controllo della popolazione di mosche adulte agendo sia per contatto che per ingestione, inibendo l’attività dell’enzima acetil-colinesterasi deputato all’interruzione dell’impulso nervoso. Si presenta sottoforma di granulo bagnabile, arricchito di sostanze appetenti che fungono da attrattivo per le mosche che si fiondano a lambire le superfici trattate. L’azione per contatto, si manifesta attraverso i tarsi delle zampe degli adulti quando poggiano sulle superfici trattate.

Dalla sua introduzione sul mercato danese, nel 1983, Azamethiphos ha scalato le gerarchie delle sostanze insetticide destinate all’ambiente zootecnico, divenendo un punto fermo nei piani di controllo delle mosche. Trascorsi gli anni, la molecola gode ancora dei pieni consensi dell’Unione Europea, risultando una sostanza affidabile, utile per il controllo dei fenomeni di resistenza a sostanze quali: clorulati, carbammati, piretroidi, esteri fosforici e appunto neonicotinoidi.

Ancora oggi, l’Azamethiphos si contraddistingue per la capacità di controllare attivamente le specie infestanti munite di apparato boccale pungente e succhiante: Stomoxys calcitrans su tutte.

Oltre alla rapidità d’azione, ampio è il periodo di attività, fatte salve una serie di variabili riconducibili a polvere e superfici eccessivamente assorbenti che inevitabilmente riducono le prestazioni. Non è tutto, la sostanza, agendo in maniera duplice, consente parallelamente anche il controllo di altri infestanti target, come potrebbero essere gli scarafaggi o esemplari di Coleotteri striscianti colonizzanti la realtà aziendale o i complessi residenziali adiacenti. In questo senso, l’Azamethiphos è consentito pure negli ambienti civili e domestici.

L’Azamethiphos è dotata di una bassa tossicità nei confronti dei mammiferi e di una ridotta capacità di assorbimento cutaneo nonché di bioaccumulo. A conferma, la DL50 (Dose Letale 50) acuta, misurata per via orale, supera nei ratti i 2000 ppm (mg/kg).

a cura di: dott. Stefano Cherubin


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